Avrei una montagna di parole da dire, ricordi, sensazioni che mi evoca questo disco, di quanto sia importante a livello personale, del percorso di 3 ragazzotti della provincia più ostica d'italia (Aosta), dell'onestà che ci han messo in tutto, delle citazioni che sono state fatte e che potrei fare.
Ma il disco parla già da solo, statelo a sentire.
Henry Rollins potrebbe non piacere a tutti, ma c'è una cosa che è sicura, i "traguardi" a cui è arrivato se li è costruiti lui da solo, poi ok, è un personaggio particolare (date una letta a "get in the van" per capire di cosa parlo) ma le cose che ha fatto le ha sempre fatte al massimo e con grandi risultati.
Dopo che Ginn sciolse i Black Flag nel 1986, Rollins decide di intraprendere una carriera solista musicale oltre a quella di "oratore" che già iniziò ai tempi dei flag.
Insieme al chitarrista Chris Haskett scrive dei pezzi e, con una band fa uscire due dischi (tra cui lo spettacolare Hot Animal Machine) a nome Henry Rollins, in bilico tra le ultime cose dei Flag con delle influenze decisamente heavy metal e pure jazz. Il progetto gira bene, molto bene, cosìcché decide di mettere su un vero e proprio gruppo, aggiungendo alla formazione Sim Cain e Andrew Weiss, già in forza ai Gone di Greg Ginn.
La band gira parecchio e registra dei gran bei dischi, ovvero Life Time ('87), Hard Volume ('89) fino ad arrivare a questo The End of Silence, forse il loro disco migliore.
Il suono è maturo e potente, i pezzi sono lunghe cavalcate di rock pesante, quasi metal, con contaminazioni quasi jazz, i musicisti ci sanno indubbiamente fare, e Rollins fa quello che sa fare meglio, urlare, parlare, cantare, recitare testi rabbiosi incentrati perlopiù su temi personali e di rapporti umani.
Ah, in tour e anche studio avevano sempre appresso il tecnico del suono olandese Theo Van Rock, il 5° uomo, che produsse e registrò gente come i Negazione.
Erano un po' di giorni che volevo postare i Cramps, veri padrini di quello che sarà lo Psychobilly negli 80's e a seguire.
Il nucleo storico era formato da Lux Interior (pace all'anima sua), funambolico frontman e sua moglie Poison Ivy, chitarrista dal tocco rock'n'roll (ma dai?), che dopo un paio di singoli e soprattutto infuocati live, tra cui quello epico (cercatevelo su youtube) all'ospedale psichiatrico di Napa State, fanno uscire il primo LP, appunto "Songs the Lord Taught Us", un cupo latrato garage punk, batteria minimale e chitarre con il vizietto del boogie.
Come altre bande, non si sono mai più superati, anche se possono vantare una carriera comunque sopra le righe in generale. Nel 2009 Lux Interior ci lascia e così finisce anche la storia del gruppo.
Troppo facile sarebbe stato, oggi, il giorno dopo la morte di Lou Reed, postare chessò, il disco della banana o qualcosa sua solista tipo New York o giù di li.
Qui invece non si cavalcano le onde dei morti, così ecco sto disco dei Killing Joke.
Oscuro, angosciante, a tratti elettrico, c'è già qualche tocco quasi industrial (che in futuro entrerà appieno nel loro sound) il tutto con una potenza quasi metal.
Tralaltro andandomi a leggere un po' le bio dei 4, ho scoperto che all'uscita di questo disco avevano tutti tra i 20 e i 22 anni, e mi è salito gran sconforto, quindi la chiudo qui.
I Descendents sono una di quelle eccezioni alla mia tendenza (negativa) ad adorare i primi lavori di un gruppo e a snobbarne i successivi.
Sarà che comunque anche quando Milo se ne "andò in college" e Stevenson mise su gli ALL con un altro cantante i risultati sono stati comunque più che buoni, e l'album in questione, uscito in un periodo di dualismo tra le due band ne è la prova.
In ogni caso sono stati degli anni in cui il terzetto (più i cantanti) lavorava alla grande, e anche il successivo disco ALL (World's on heroin del 98) ne è la prova.
Comunque oltre a dei grandi pezzi, ritornelli da paura, il solito Stevenson che mette tutti i colpi al punto giusto e si mangia gli ottavi a colazione io noto sempre una grande chitarra di Egerton, pennate in giù a tutto spiano, che danno una carica impressionante.
Non me ne voglia "Milo goes to college" ma il loro mio disco preferito è questo.
Da ragazzino (12 anni? giù di li) li conobbi grazie alla compilation punk-o-rama 2, che conteneva Coffee Mug, e più la ascoltavo più pensavo "come fanno a suonare così veloci? è impossibile farlo più veloce!", ovviamente sono stato smentito presto (non solo dalla musica veloce in generale, ma anche da cover di un certo livello), però ancora oggi mi fa un certo effetto sentirla, e mi sembra tuttora un pezzo veloce.
I dischi più belli sono sicuramente quelli che oltre ad essere consumati ricordano anche un determinato periodo.
Con i Minor Threat fu amore a primo ascolto, sentiti da qualche cassettina passatami da chissachì mi imposero il fatto di reperirne subito un cd, cosìcché, io quattordicenne o giù di li, me ne andai al solito negozio di dischi della città, praticamente l'unico che teneva del punk, quel negozio dove entravo più di una volta a settimana e passavo delle buone mezz'ore a guardare i cd in esposizione, ma ero troppo squattrinato per comperarne.
Però qui era roba seria, dovevo prendere quel cd!
Così racimolai la cifra (della quale mi ero già informato ma ve la dico dopo), mi presento li e faccio al tizio (faccia da cazzo, tralaltro) "prendo il cd dei minor threat", "ok, sono 37 (trentasette) mila lire"
37 mila lire che al cambio che venne stabilito qualche anno più tardi sarebbero pari a 19€, ma vista l'inflazione è come se oggi pagassi 30 euro per un cd (!!!).
Insomma al tipo faccio "eh, però 37 carte son tante", e lui tutto baldanzoso (quasi arrogante) "eh, ma la dischord non ha importatori in italia, devono arrivare diretti dall'america". Con il senno di poi tralaltro a pensarci, l'assenza di distributori avrebbe dovuto tenere il prezzo più basso.
Ad ogni modo, gli smollo il malloppo e mi porto a casa il cd, lo metto su per la prima delle mille volte che ha girato poi, mi guardo il libretto, e sul retro del cd, a fianco di quella bellissima foto di Friedman con Nelson e il cane, leggo "This compact disc is only 12$" che al tempo, con il dollaro che stava a mille lire, equivalevano a 12 mila lire.
Fanculo, se lo ordinavo dalla dischord diretto non avrei speso più di 20 25 mila lire e magari mi beccavo pure dei gadget. Ah, la gioventù!
Parlando della musica, il miglior gruppo hardcore di sempre, nulla da aggiungere, pezzi epici e testi consapevoli. Da bere tutto d'un fiato!
Il bello del rrrock è che è pieno di storie, storielle, aneddoti.
Spesso questi aneddoti tendono a creare un alone di mistero e "magia" (se mi passate il termine) attorno a determinate band o dischi.
Questo è il caso degli Sleep, band nata negli anni 90 dedita a uno sludge-doom oltranzista di puro stampo sabbathiano. I nostri pubblicarono un paio di album (di cui uno mandato alla Earache come demo e poi pubblicato cosìcom'era, vi parlo dell'epico Holy Mountain) e un EP, poi vennero assoldati dalla London Records, e sotto la quale cominciarono a lavorare al nuovo disco (a quanto si dice i soldi che presero dall'etichetta vennero usati principalmente per pagare i debiti che i 3 squattrinati avevano collezionato negli anni).
Il disco in questione era proprio Dopesmoker, un delirio di pesantezza e misticità lungo più di un'ora.
L'etichetta rimase spiazzata e rifiutò di pubblicare il disco, rimandando gli Sleep in studio.
Così gli Sleep tornarono in studio, incisero un'altro pezzo, stavolta di 52 minuti e lo reinviarono all'etichetta.
La London si rifiutò di pubblicare anche questa, la cosa aumentò le tensioni all'interno della band che si sciolse (per poi riformarsi nel 2009).
Non è un disco facile, è un monolite lento, pesante e angosciante, prendetevi un'ora di tempo!
PS: ho segnato l'anno in cui sarebbe dovuto uscire, ma questa è la stampa postuma del 2003 (che a quanto pare non fu neanche la stessa versione che venne inviata alla London, ma comunque a detta di Cisneros è la versione migliore).
E la cover è quella della ristampa del 2012, che secondo me è la copertina più bella delle 3 che girano)