Eccoci, dopo la prima segnalazione per violazione di copyright (tralaltro fa ridere che sia stata fatta da gente del giro "hardcore").
Ad ogni modo, salto indietro di 40 anni, il secondo e sicuramente più apprezzabile lavoro dei Blue Oyster Cult, registrato l'anno prima sotto l'orecchio attento di Sandy Palmer (poi in studio anche con The Clash e Dictators).
I BOC proponevano un hard rock selvaggio ma comunque più raffinato dei maestri Black Sabbath, più legati a tematiche riguardanti gli UFO che a quelle oscure di Ozzy e soci. Sicuramente lontani rispetto allo standard "sex drugs and rocknroll".
Mischiavano del gran garage con del gran blues travolto dalla potenza del rock, e questo disco sono 38 minuti di puro piacere.
Raggiunsero il vero successo mezzo decennio dopo, ma le vette compositive sono tutte qui!
Questo disco ce l'avevo li già da un bel po'!
Gran postpunk ovviamente dall'inghilterra, sempre fine anni 70, sempre capolavoro al primo disco poi un po' più sottotono ma hanno sempre fatto cose belle!
Grandi influenze funk con un basso sempre in bella vista e ritmiche quasi danzerecce.
Testi politici, anche la copertina parla da sola.
Oggi sono senza parole.
Iea.
Senza dubbio il miglior disco dei Ramones, quindi il miglior disco punk.
A parte le scherzose esagerazione, è una bomba, i 4 al massimo della forma, melodie che si stampano al primo ascolto, nessun riempitivo tutti pezzoni.
Visto che ci sono consiglio la visione del documentario "end of the century", fondamentale per chi vuole capire le dinamiche (malate, aggiungerei) all'interno del gruppo. Si trova su youtube.
Del filone punk '77 inglese, si, quello dei Sex Pistols o dei Clash sicuramente il mio disco preferito è questoqquà.
Dopo una serie di singoli killer usciti nel 77 gli Adverts entrano negli Abbey Roads studios per sfornare questa perla, tanto punk quanto elegante, nei testi di T.V. Smith tanto auto-dissacratori come la opener One Chord Wonder (Think "we're not needed here" / "we must be new wave - they'll like us next year") tanto controversi come Gary Gilmore's Eyes, che parla dal punto di vista di un paziente a cui sono stati trapiantati gli occhi del serial killer americano.
Il sound è quello con le chitarrine alte, quelle fiche, ritornelli super poppettosi e di impatto, in questo forse furono secondi solo ai Buzzcocks.
Strano rapporto ho con i sabbath... essendo cresciuto come "panc" ho sempre snobbato un po' il metal in tutte le sue forme, per me erano solo capelloni alle prese con assoli lunghissimi e di conseguenza pallosi.
Poi si cresce, si ascolta un sacco di roba diversa, ma loro rimangono sempre li nell'angolino... ti ricordano troppo quegli spocchiosi ragazzini metallari con quelle magliette oscene.
Alché un giorno di diversi anni fa mentre leggevo delle interviste ai Black Flag in cui raccontano di interi tour ad ascoltare cassettine di Iommi e soci, decido di andare più in la delle conosciute Paranoid, War Pigs, Iron Man (che avevo conosciuto grazie ai nofx, tralaltro), ecc.... e giù ad ascoltare la discografia.
Alché mi accorsi che un sacco di roba che già ascoltavo prendeva a piene mani dal repertorio del quartetto di Birmingham, ritmiche, riff, citazioni varie (ricordate i Butthole Surfers con Children of The Grave?), da quel che so furono i primi ad accordare gli strumenti "più bassi", invece che in MI all'inizio in RE# e da questo disco in poi in DO# per agevolare la suonata a Iommi, che qualche anno prima perse un paio di falangi in un incidente in fabbrica (tralaltro durante l'ultimo giorno di lavoro! che sfiga!).
I primi 5 album sono da antologia, poi degli alti e bassi, e secondo me Master of Reality è la loro opera maestra.
Ah, oggi ho tirato fuori i Sabbath perché stanotte ho sognato i Saint Vitus (!!!) gruppo di cui forse un giorno vi parlerò.
Stamane, dopo una domenica sera ossessiva nel ripetere sempre lo stesso disco, mi risveglio con un pezzo tratto dallo stesso stampato in testa. Nessuna idea, in nessun modo.
In aiuto mi vengono dei cari consigli, teste parlanti. Ecco... 77!
Purtroppo non ho trovato alcun aneddoto carino e ammetto di non aver mai letto libri riguardanti alla banda di Byrne e soci, ma posso sicuramente affermare che, come spesso accade, il loro disco che preferisco è il primo.
Il bello dei Talking Heads è che sembrano un gruppo inglese, poi ti accorgi che sono di New York, anche loro del giro del CBGB che portò in auge gruppi come Ramones, Television, Heartbreakers, ecc... ecco, a differenza dei loro soci avevano una minore tendenza verso le droghe e l'autodistruzione, non ci sono le chitarre distorte ma un basso pulsante dal sapore quasi dance, ritmiche fredde e minimali.
Nel complesso i pezzi sembrano canzonette (tipo il ritornello della superconosciuta Psycho Killer), ma sotto questa ballabilità e orecchiabilità si nascondeva un angoscia palpabile nei testi (che ovviamente non ho letto, ma deduco da quello che si capisce ascoltandoli).
Lo ammetto, ho riflettuto parecchio (all'incirca 20 secondi) sul quale dei 3 dischi degli Stooges pubblicare.
Il primo è sempre il primo e ci ha dentro le immortali wanna be your dog e no fun... su Raw Power c'era quel bell'aneddoto sulla Loudness War che mi piace sempre sciorinare quando si parla di master (i miei amici evitano accuratamente l'argomento oramai...) e tutto il discorso sui mix alternativi che vi lascio scovare. Alla fine sono ricaduto su Fun House (ciò non toglie che se non l'avete già fatto, dovete procurarvi assolutamente anche gli altri 2).
Non c'è un motivo particolare, tanto il trittico degli Stooges è tutto da manuale, rock selvaggio e improntato già sul punk, i pezzi sono da manuale, dei maledetti inni, super coverizzati e super conosciuti, quindi parliamo del lato che più mi interessa a questo punto... la registrazione! Insomma la Elektra affidò il compito di produrre il disco a Gallucci, il quale già si accorse della difficoltà di mettere su nastro un gruppo così dirompente e più adatto a situazioni live.
Ad ogni modo prepararono lo studio isolando bene gli strumenti con dei deflettori e predisponendo un bel microfono a condensatore su asta per iggy, i risultati di questo però per il gruppo non erano soddisfacenti, così risistemarono lo studio in modo da ricreare una situazione "live", con ampli affiancati, nessun separatore tra gli strumenti, e un bel microfono in mano a Iggy. Il risultato si sente e per quel che mi riguarda è una bomba, praticamente un disco live registrato in studio.
Della incredibile trilogia dei '70 dei Wire il mio preferito rimane questo Pink Flag, il primo.
Sicuramente per la maggior istintività presente nei pezzi, molto più punk che post.
Ad ogni modo un tratto distintivo del quartetto londinese sicuramente è la minimalità rispetto ai compari dell'epoca, senza disdegnare un tratto melodico spiccato e il dare più attenzione al lato artistico rispetto a quello ribelle dell'epoca.
Insieme a Chairs Missing e 154 formano una triade di dischi imperdibili e imprescindibili per capire quel periodo.
Ah, in futuro furono coverizzati a destra e a manca, la cover che mi è rimasta più nel cuore fu quella dei Minor Threat (lascio a voi il compito di scovarla) perché la ascoltai prima di conoscere i Wire.
Capita.
Il bello del post-punk è che lo si suonava già mentre il punk stava esplodendo.
Pere Ubu, ovvero uno di quei gruppi che ancora non ho capito come si pronuncia il nome, io perseguo nel modo italianissimo, che vede le pere affiancarsi alle prime 3 lettere di una delle più famose distribuzioni linux. Ma, visto che il loro nome deriva dal protagonista dell'opera teatrale francese "Ubu Roi" di Alfred Jarry, immagino si pronunci in francese, ma va bene così.
Il gruppo nasce dalle ceneri dei Rocket From The Tombs, gruppo sempre di Cleveland (ah, non avevo ancora detto che erano di li!), ceneri dalle quali nacquero anche i Dead Boys.
Insomma, primo disco, registrato tra il 76 e il 77 ed uscito a inizio 78. Spiazzante per l'epoca sicuramente, dove la violenza e l'irruenza del punk stava venendo fuori in pompa magna, i nostri non si limitano a riproporla ma la prendono e la strizzano su ritmi sghembi, cacofonie e deliri ambient, accompagnati talvolta da sax e musette, una sorta di cornamusa e da sintetizzatori impazziti.
Io ci trovo sempre un'angoscia che fa sempre bene e non stufa mai.
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