Altro capitolo marcato John Reis, qui nella forma più "piaciona" e ammiccante, rock'n'roll danzereccio e presobbene con i fiati e tutto il resto.
Gruppo che comunque nel suo "sfondò" arrivando a un grande pubblico. Del nostro eroe sicuramente preferisco altre cose ma qui ci sono delle belle chicchette tra cui il drumming di un certo Atom Willard che pettina alla stragrande.
Ricordati anche per essere super friendly con i fans: Reis nei primi anni 90 annunciò che chiunque si sarebbe presentato a un loro concerto mostrando un tatuaggio del logo sarebbe entrato aggratis per sempre (in un periodo come quello attuale dove i tatuaggi sono molto più sdoganati sarebbe un po' problematico forse!).
Inoltre bello l'aneddotino riguardo al disco precedente "hot charity", che uscì praticamente autoprodotto e supportato da un tour americano dove, grazie al cash sganciato dalla interscope, i concerti furono ad ingresso gratuito.
Poi sempre con il cash della interscope registrarono e superprodussero questo disco.
E dire che i RFTC furono un'aggiunta al contratto con la interscope dei Drive Like Jehu, con i quali sulla stessa etichetta fecero uscire pure Yank Crime l'anno prima.
Insomma, Reis = genio del male e ovviamente idolo totale.
Sui Black Flag potrei scriverci una tesi di laurea, giuro, ho letto di tutto, libri, interviste, testi, visto foto, imparato tutte le lineup, ma soprattutto consumato i dischi.
Si potrebbe parlare tanto, di qualsiasi cosa, dei rapporti interni al gruppo, dell'impatto musicale, del modo di porsi, le grafiche di pettibon, di tutto.
Partiamo dal fatto che io divido i Flag in 2 situazioni:
il pre rollins, band hardcore potentissima e innovativa che fa disastri in tutta la california, concerti sold out, pezzi memorabili, scontri con la polizia
il periodo rollins, la band è una creatura in mutazione, i pezzi rallentano, le prove e i tour aumentano e a quanto pare i soldi mancano sempre.
La parte più interessante è sicuramente la seconda, quando il suono classico hardcore, dapprima definito su Damaged viene poi contaminato nei lavori successivi.
In particolare la vera spaccatura nella carriera dei flag avviene nel momento in cui si passa dal lato A al lato B di My War!
Il primo lato rimane su canoni hardcore sulla scia di Damaged magari un po' appesantiti, invece nel secondo lato troviamo 3 pezzi da più di 6 minuti l'uno lenti, violenti e ossessivi, praticamente sono i black sabbath suonati da un gruppo punk, sulla scia di questo misto nascerà lo sludge.
Curiose sono anche le vicende che girano attorno alla formazione del periodo, Robo lascia la batteria in quanto a causa di permessi di soggiorno non potè tornare dal tour inglese dell'81, poi passarono e vennero cacciati il sedicenne Emil Johnson (si prese a botte con il roadie storico Mugger) e l'ex D.O.A. Chuck Biscuit (non era d'accordo con i ritmi di sala prove), alla fine entrò Bill Stevenson che, messi in pausa i Descendents diede anima e corpo a questo gruppo, al basso poco prima della registrazione del disco venne fatto fuori pure Chuck Dukowski, in quanto Ginn voleva da un po' un cambiamento del suono, per porre fine a questa situazione ci pensò Rollins ad escluderlo dalla formazione (Duke però continuò a collaborare nella band come tour manager e anche songwriter all'occorrenza), le tracce di basso furono quindi registrate da Ginn sotto falso nome di "Dale Nixon", e nella band entrò Kira Roessler, che insieme poi a Rollins e al onnipresente (onnipotente?) Ginn compose la migliore formazione del gruppo, che in 3 anni registrò 4 dischi e macinò migliaia di chilometri su un furgone.
My War dev'essere un po' una spinta a scoprire quella parte della discografia dei Black Flag che spesso viene snobbata specialmente dai molti, troppi flag-tatuati, flag-magliettati, flag-ovunque che poi magari si fermano a Damage perché "rollins ha rovinato i flag" "sono diventati troppo lenti" ecc...
Ogni disco è una storia a parte, dopo My War possiamo apprezzare l'esperimento spoken word/strumentale di Family Man, il proto-stoner di Slip It In, la potenza ossessiva quasi metal di Loose Nut, l'approccio jazz di Ginn di In My Head (forse il mio preferito), i deliri strumentali jazz core di The Process of Weeding Out.
Ho cercato di stare stretto e alla fine ho scritto un poema... sticazzi, il disco sta ancora girando.
(la foto è della formazione con Martinez al posto di Stevenson, quindi metà 85, però mi piaceva)
Gruppo unico e assoluto, strumentalmente impeccabili e originali, dissacranti al punto giusto.
Questo il mio disco preferito, anche se sono legatissimo al successivo Pork Soda.
L'aneddotino è che Les Claypool, grande amico di Hammet dei Metallica, non venne preso come sostituto di Cliff Burton dopo un provino (comunque goliardico) in quanto "troppo bravo" e poco adatto al posto.
Presente quando c'è un gruppo che si ascolta più o meno da sempre più o meno distrattamente, e poi arriva il giorno in cui ci sei sotto e per intere settimane non si ascolta altro?
Ecco, i Dinosaur Jr. sono il mio leitmotiv di questo periodo, in particolare questo dischello, uscito nell'87 per la SST records.
La voce mugugnata, quasi scazzata di J Mascis insieme a un tappeto sonoro chitarristico rumoroso e melodico allo stesso tempo (ricordate gli husker du?) e al basso gratuggioso di Lou Barlow che suona spesso con gli accordi ricordando spesso quello di Mr. Klimster formano un macigno sonoro fottutamente preso male e decisamente trasportante.
Sicuramente i volumi alti sono sempre state una delle priorità del gruppo come testimoniano le loro performance dal vivo (al quale purtroppo non ho mai assistito).
Dopo un altro album (Bug, 1988) Barlow lascerà (verrà cacciato?) dal gruppo per divergenze con Mascis, però i due torneranno assieme nel 2005 sfornando 3 album decisamente buoni e continuando a suonare.
Ecco l'aneddotino in conclusione! Quando Mascis mandò il nastro del master alla SST questi si accorsero che il volume era veramente altissimo tanto da andare in distorsione, in tutta risposta gli venne detto che è così che l'album avrebbe dovuto suonare. E così fu!
Avrei una montagna di parole da dire, ricordi, sensazioni che mi evoca questo disco, di quanto sia importante a livello personale, del percorso di 3 ragazzotti della provincia più ostica d'italia (Aosta), dell'onestà che ci han messo in tutto, delle citazioni che sono state fatte e che potrei fare.
Ma il disco parla già da solo, statelo a sentire.
Henry Rollins potrebbe non piacere a tutti, ma c'è una cosa che è sicura, i "traguardi" a cui è arrivato se li è costruiti lui da solo, poi ok, è un personaggio particolare (date una letta a "get in the van" per capire di cosa parlo) ma le cose che ha fatto le ha sempre fatte al massimo e con grandi risultati.
Dopo che Ginn sciolse i Black Flag nel 1986, Rollins decide di intraprendere una carriera solista musicale oltre a quella di "oratore" che già iniziò ai tempi dei flag.
Insieme al chitarrista Chris Haskett scrive dei pezzi e, con una band fa uscire due dischi (tra cui lo spettacolare Hot Animal Machine) a nome Henry Rollins, in bilico tra le ultime cose dei Flag con delle influenze decisamente heavy metal e pure jazz. Il progetto gira bene, molto bene, cosìcché decide di mettere su un vero e proprio gruppo, aggiungendo alla formazione Sim Cain e Andrew Weiss, già in forza ai Gone di Greg Ginn.
La band gira parecchio e registra dei gran bei dischi, ovvero Life Time ('87), Hard Volume ('89) fino ad arrivare a questo The End of Silence, forse il loro disco migliore.
Il suono è maturo e potente, i pezzi sono lunghe cavalcate di rock pesante, quasi metal, con contaminazioni quasi jazz, i musicisti ci sanno indubbiamente fare, e Rollins fa quello che sa fare meglio, urlare, parlare, cantare, recitare testi rabbiosi incentrati perlopiù su temi personali e di rapporti umani.
Ah, in tour e anche studio avevano sempre appresso il tecnico del suono olandese Theo Van Rock, il 5° uomo, che produsse e registrò gente come i Negazione.
Erano un po' di giorni che volevo postare i Cramps, veri padrini di quello che sarà lo Psychobilly negli 80's e a seguire.
Il nucleo storico era formato da Lux Interior (pace all'anima sua), funambolico frontman e sua moglie Poison Ivy, chitarrista dal tocco rock'n'roll (ma dai?), che dopo un paio di singoli e soprattutto infuocati live, tra cui quello epico (cercatevelo su youtube) all'ospedale psichiatrico di Napa State, fanno uscire il primo LP, appunto "Songs the Lord Taught Us", un cupo latrato garage punk, batteria minimale e chitarre con il vizietto del boogie.
Come altre bande, non si sono mai più superati, anche se possono vantare una carriera comunque sopra le righe in generale. Nel 2009 Lux Interior ci lascia e così finisce anche la storia del gruppo.